La cotoletta alla Milanese fritta, la ricetta originale

Si racconta che i milanesi per un po’ non fossero certi che la ricetta tradizionale della loro costoletta (o cotoletta) alla milanese fosse in effetti originaria della loro città. Certo, faceva piacere pensarlo, e riempiva tutti quanti di una punta di orgoglio, ma non era stata mai trovata una prova che lo dimostrasse inequivocabilmente. Al contrario, per le vie e per i ristoranti più famosi della città iniziavano a girare voci secondo cui essa era in realtà nata in Austria, ed era arrivata in Lombardia sotto la dominazione di Vienna.

La preoccupazione si diffondeva sempre di più, fino a quando, un giorno, un bibliotecario e bongustaio milanese ritrovò una lettera del maresciallo austriaco Johann Josef Wenzel Anton Franz Karl Graf Radetzky von Radetz, anche semplicemente noto come Radetzky, in cui quest’ultimo raccontava di aver assaggiato durante una sua visita a Milano un piatto mai provato prima, delizioso e di rara bontà. Radetzky lo descriveva nei dettagli: era proprio la nostra cotoletta.

Senza più alcun dubbio a minarne l’origine, la cotoletta fu consacrata, insieme ad altri piatti classici della tradizione milanese, come una bandiera della cucina del capoluogo lombardo.
Ma come si prepara questa delizia in modo fedele alla tradizione? Si parte dalla carne, naturalmente: una costoletta di carrè di vitello freshissima e con l’osso, che deve essere tanto alto quanto spessa è la fetta di carne. La carne va battuta piano con un batticarne per ammorbidirla senza assottigliarla troppo: l’obiettivo della battitura è solo quello di sfilacciare i nervi, che altrimenti renderebbero la carne dura e la farebbero arricciare in cottura. Poi la carne va adagiata nell’uovo sbattuto non salato e, lavorando delicatamente con le mani, dovrete far aderire a tutta la superficie della carne del pan grattato appena tritato, avendo cura di ricoprirla completamente.

In una padella larga su fiamma viva avrete intanto messo bastante burro, che dovrà diventare rossastro e schiumoso, e quello sarà il momento per adagiarvi la carne. Lasciate formare la crosta da un lato, e poi girate la cotoletta, lasciandola cuocere ancora per qualche minuto. Poi abbassate il fuoco e lasciate che la carne cuocia anche all’interno.
Togliete dal fuoco la carne, e versate sopra il burro di cottura rimasto. Ora, e solo ora, aggiungete un po’ di sale, e abbiate cura di avvolgere l’osso in carta stagnola in modo che i commensali possano rosicchiarlo senza sporcarsi le dita.

La costoletta alla milanese si accompagna di solito con un’insalatina novella o con patate fritte appena fatte.
Questa è la ricetta della tradizione, e il burro, anche se i milanesi lo userebbero anche per condire la loro insalatina novella, può non essere la scelta più sana per friggere. Oggi sono disponibili nuove macchine da cucina che possono friggere per voi con pochissimi grassi e senza mai rinunciare al gusto: se siete curiosi vi invitiamo a visitare questo sito: www.primariepd2013.it/friggitrice-ad-aria

Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo – Recensione Film

Il film Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo è stato diretto dal regista di fama internazionale Steven Spielberg, con un cast di attori quali Harrison Ford, la bella Cate Blanchett e Karen Allen. Diciannove anni dopo “Indiana Jones e lultima crociata” leroe da Spielberg ritorna a stupirci con la sua attività di archeologo nella quarta avventura “ Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo”. In questa avventura Indiana Jones si trova nel deserto in Nevada, mentre il mondo sfiora il pericolo di un conflitto nucleare, a cercare un teschio di cristallo. I soliti nemici sovietici espugnano una base segreta americana imprigionandovi Jones. Leroe riesce a scappare, per poi essere salvato dai militari dellesercito degli Stati Uniti. Sospettato dagli agenti dellFBI di essere una spia comunista, Jones, viene posto in aspettativa dalla dirigenza del College dove insegna, decide quindi di lasciare gli Stati Uniti, per vivere nella cittò di Londra. Poco prima che Indy parta il Mutt Williams gli chiede una mano per liberare la madre rapita. Jones segue una pista che lo conduce fino in Perù, verso il Teschio di Cristallo, un oggetto leggendario venerato ma che incute timore e reverenza quasi mistica. Recupera l’oggetto, ma viene rapito dagli agenti del KGB anch’essi sulle tracce del teschio di cristallo. Tentando di fuggire dai russi, Jones deve affrontare sabbie mobili, uno scontro con formiche,cascate e catacombe, finchè giunge allingresso della città doro. All’interno di un tempio larcheologo trova moltissime opere antiche di ogni civiltà, preziosi e monili, ed una sala che contiene tredici scheletri di cristallo, uno dei quali però manca del teschio. Collocato il teschio al suo posto, i tredici scheletri, che sono poi degli extraterrestri, si fondono in una sola creatura, che aperto un varco dimensionale che risucchia i russi, aziona un disco volante e scompare nel cielo. Indiana Jones viene riammesso al college ed in fine lui e Marion possono celebrare il matrimonio tanto atteso.

Il carico immediato in Implantologia

Per Carico Immediato in Implantologia, si intende la funzionalizzazione dellimpianto eseguita immediatamente, quindi nello stesso giorno dellintervento o al massimo entro 48 ore, mediante la cementazione o lavvitamento sui pilastri implantari di una sovrastruttura protesica provvisoria passiva, che riabiliti il paziente, senza compromettere la stabilità primaria e il processo di osteo integrazione degli impianti stessi.
La protesizzazione immediata ha come principale vantaggio un netto miglioramento del comfort terapeutico del paziente implantare, che può apprezzare la sua riabilitazione, anche se provvisoria, il giorno stesso dell’atto chirurgico.
Il protocollo tradizionale elaborato dal Dr. Ingvar Branemark,
( ideatore dell’Implantologia), è caratterizzato da due fasi chirurgiche: la prima consiste nel posizionare l’impianto sommerso e lasciarlo integrare in un tempo variabile tra tre e sei mesi o anche più in alcune circostanze particolari; trascorso questo tempo, con la seconda fase chirurgica (altro intervento), vengono scoperti gli impianti e viene iniziata la protesizzazione. I tempi di guarigione previsti dal protocollo Branemark, rendono la riabilitazione su impianti lunga e con un iter terapeutico disagevole caratterizzato dalluso di provvisori scomodi (protesi mobili), inadeguati e non estetici.
Tornando al Carico Immediato, la gestione protesica immediata degli impianti ha un impatto psicologico estremamente positivo nella sfera emotiva del paziente, che vede subito i primi risultati di una scelta terapeutica coraggiosa. L’eliminazione del secondo tempo chirurgico (e anche del primo nei casi di Implantologia Guidata), la riduzione del numero e dell’entità delle complicanze post chirurgiche quali: il dolore-l’edema-il sanguinamento-gli ematomi, che oltre sul comfort interagiscono anche sulla privacy, rendendo palese sul viso i segni dell’intervento, rendono questo protocollo estremamente favorevole.
Nei protocolli che prevedono il carico immediato: il tipo di superficie (Ruvida,Ti –Unite), il micro e macro design delle superfici implantari (geometria Groovy), la preparazione mini invasiva del sito, l’alto torque di inserimento > di 35 Newton con la conseguente stabilità meccanica primaria, locclusione ben realizzata, sono alla base del successo implantare, costituendo i requisiti essenziali dello stesso protocollo.
I principali svantaggi sono rappresentati dalla complessità gestionale-organizzativa della funzionalizzazione immediata, che richiede una programmazione logistica complessa, aumenta inevitabilmente il tempo della seduta e i costi del trattamento, in particolare nei casi in cui si ricorre all’ Implantologia Computer Assistita; infatti, in questo caso,avremo come spese aggiuntive: la Dima Radiologica per eseguire la TC-La Pianificazione 3D con programma dedicato-La Guida Chirurgica Cad-Cam, oltre che il Provvisorio armato, particolarmente costoso.
LA FILOSOFIA DEL CARICO IMMEDIATO RACCHIUDE I VANTAGGI DEL PROTOCOLLO IMPLANTARE IN UN’UNICA FASE CHIRURGICA CUI SI AGGIUNGONO QUELLI DERIVANTI DALLA RIABILITAZIONE PROVVISORIA IMMEDIATA AD ANCORAGGIO IMPLANTARE DEL PAZIENTE.
IL CARICO IMMEDIATO, RAPPRESENTA OGGI IL GOLD STANDARD DELL’IMPLANTOLOGIA MODERNAMENTE CONCEPITA!

La Scuola Primaria

Il bambino intorno ai 6 anni vive un grande cambiamento, al livello psichico, emotivo, relazionale e cognitivo. Le sue competenze si ampliano, inizia a cercare regole universali che spieghino i fenomeni naturali, si interessa ai linguaggi formali e matematici, scopre l’analisi delle parti del discorso, sviluppa un senso ecologico di appartenenza alla vita. Maria Montessori credeva che in questa età fosse necessario inserire i bambini in un aula che assomigliasse a un laboratorio scientifico, per permettergli di approfondire tutte le conoscenze alla portata del loro intelletto lavorando su materiali strutturati, compiendo esperimenti e accedendo direttamente alle fonti del sapere. Ma, come in precedenza, l’aula non è sufficiente, il mondo deve essere esplorato nella sua interezza e così si compiono visite guidate presso i luoghi di lavoro, si invitano esperti a tenere relazioni su temi scelti, si svolgono ricerche su argomenti di importanza culturale e trasversale, si applica anche il metodo dell’apprendimento attraverso la realizzazione di un progetto. Le lezioni sono sempre per lo più individuali o di piccolo gruppo, i ragazzi e le ragazze possono decidere se lavorare da soli o in gruppo, la cooperazione è favorita dagli insegnanti e collaborare è consigliato.

Non esistono voti o premi che spingono i bambini ad adottare un comportamento o scegliere un compito, tutti noi siamo interessati a scoprire come è fatto il mondo e come si comunica la conoscenza tra esseri umani, la naturale tendenza a sapere è presente in ognuno, l’adulto ne è cosciente e riconosce che la motivazione intrinseca personale è la migliore condizione per concentrarsi e perseverare anche quando un obiettivo è difficile da raggiungere.

Tutti hanno la possibilità di impegnarsi attivamente con materiali di:

– Lingua italiana (analisi del discorso, grammatica, lettura, scrittura, etimologia, sintassi, fonetica, figure retoriche)

-Matematica (aritmetica, geometria, algebra)

-Geografia (lettura e elaborazione di mappe e cartine, costruzione di contrasti geografici e modellini, lettura di testi, visione di filmati)

-Storia (analisi e composizione di strisce di sviluppo, lezioni oggettive, cronologie, genealogie personali)

-Scienze naturali e fisiche (classificazioni botaniche e zoologiche, orto e serre, esperimenti entomologici, esperimenti di meccanica classica e dei fluidi, nomenclature di biologia e vetrini da microscopio, materiali per la mineralogia, mappe e nomenclature dell’astronomia)

Ma in una scuola Montessori si impara di più o di meno? Si impara meglio, e, sembra, anche di più.

Le donne Cinesi tra emancipazione e tradizione

Lo scorso Lunedì, alle ore 15.00, presso l’Aula Imbucci dell’Università di Salerno, si è svolto un incontro con la scrittrice italo-canadese Lisa Carducci, organizzato da OGEPO con il Dottorato di Italianistica, Studi Storici e Linguistici del DIPSUM e la SIS (Società Italiana delle Storiche), nell’ambito del ciclo di seminari “Immaginario e Studi di genere” dell’anno accademico 2017/2018.

Lisa Carducci è una scrittrice, poetessa e pittrice, nata a Montreal da madre canadese e padre molisano, di Ripabottoni. È autrice di numerosi volumi, la maggior parte dei quali pubblicati in Cina, dove vive dal 1991. In Cina Lisa Carducci è arrivata come insegnante, ma successivamente ha lavorato per sei anni alla televisione di Stato come esperta in lingua francese, per approdare alla rivista “Beijing information”. Durante l’incontro, coordinato dalla prof.ssa Maria Rosaria Pelizzari, sono intervenuti il prof. Sebastiano Martelli, la dott.ssa Giuseppina Botta e la dott.ssa Rosina Martucci, dottoranda in italianistica.

Dopo i saluti della Prof.ssa Pelizzari, che ha inquadrato l’autrice dal punto di vista biografico, soffermandosi sul trasferimento in Cina e sulla sua integrazione nel Paese, il Prof. Martelli elogia l’OGEPO, struttura dell’Ateneo salernitano che, coerentemente con gli obiettivi delle facoltà presenti nel DIPSUM, tra cui quella di Lingue e Letterature Straniere, si è spinto oltre i confini dell’Europa con le sue attività. A Rosina Martucci il compito di presentare l’autrice e la sua opera, che comprende circa 70 volumi tra saggi, poesie e romanzi, che le sono valsi il Premio dell’Amicizia in Cina, importante riconoscimento per il contributo offerto dalla scrittrice all’amicizia tra i popoli. La descrizione del percorso biografico e professionale di Lisa Carducci è intervallato dalla proiezione di immagini e dalla lettura di intense poesie da parte della stessa autrice, che mostrano il forte legame con il paesino di Ripabottoni, di cui ella ha ottenuto la cittadinanza onoraria nel 2004. La frantumazione del verso poetico e la sua ricomposizione rappresentano una personale ricostruzione della memoria, non solo un aspetto estetico. L’intervento dell’autrice è ricco e denso e proietta gli ascoltatori, attraverso il suo personale sguardo, nella lontana Cina. I suoi libri sulla Cina sono tutti basati sulle proprie personali esperienze, compiute viaggiando a lungo per il Paese. Sin dal suo arrivo, quando conosceva solo tre parole: “grazie, buongiorno e quanto costa”, ha vissuto tra la gente, ha osservato da vicino la società e si è immersa nella cultura, imponendosi di non ragionare con le sue categorie. Il racconto di alcuni aneddoti mettono in luce le profonde differenze culturali e sociali tra l’Occidente e l’Oriente, rivelando come l’etnocentrismo e la presunzione spesso portano a giudizi di valore superficiali, frutto di una visione del mondo unilaterale. Di grande impatto il racconto della condizione delle donne e dei bambini di etnie minoritarie, di cui Lisa Carducci si occupa, in particolare all’interno delle comunità tibetane. Anche a causa del clima rigido tutto l’anno, i bambini di queste comunità non frequentano con continuità la scuola; i padri si spostano nelle grandi città per lavorare nelle fabbriche e le donne restano a casa con i figli, che possono essere fino ad un massimo di tre. Soffrono condizioni di povertà estrema e spesso i bambini sono costretti ad abbandonare la scuola per aiutare i genitori.

Come le donne italiane, anche quelle cinesi vivono spesso discriminazioni sul lavoro a causa della maternità: il congedo, infatti, è per legge da uno a tre anni e prevede lo stipendio integrale. Per questo motivo, le donne che non hanno ancora figli sono spesso vittime di disparità di trattamento.

L’intervento della dott.ssa Giuseppina Botta si sofferma sulla rilevanza del paesaggio per l’autrice, a cui sono dedicate tante delle sue poesie, e sulla nostalgia che traspare nella sua arte.

Il dibattito finale si sviluppa in particolare rispetto alla forma di governo cinese, che per alcuni ascoltatori è colpevole di lasciare una parte di popolazione nella povertà, mentre una parte del paese è molto ricca e benestante; inoltre, emerge la negazione della libertà di espressione, di cui il simbolo principale è l’impossibilità di utilizzare alcuni social network globali e di accedere a una libera informazione. Secondo l’autrice, tuttavia, in Cina c’è una totale libertà ed esistono canali d’informazione molto validi e social network locali. A conclusione del dibattito, si evidenzia che le criticità osservate dall’esterno vengono diversamente avvertite dopo un soggiorno di circa venti anni passati a contatto con la cultura e il modus vivendi dei cinesi, anni che  portano all’accettazione di aspetti che, invece, appaiono, con uno sguardo etnocentrico basato sulla cultura occidentale, del tutto discutibili.

Grazie, Steve

Steve Jobs è morto. Era un uomo religioso, dotato di un senso religioso puro e cristallino, nudo e senza raffinatezze teologiche, dunque sottomesso alla realtà. In ogni sua forma. Religioso è l’uomo che cerca, con tutte le sue forze, di orientare attivamente la sua vita verso la pienezza del suo essere. La pienezza è la finalità dell’uomo religioso, di chi, come insegnava Mircea Eliade, ha almeno, ben ricoverato nel cuore, la nostalgia delle origini. Steve Jobs era nato nello smarrimento. Una madre l’aveva concepito e l’aveva poi affidato ad altre mani, affinché l’educazione diventasse il fattore generativo della sua creatura. La maternità, al pari della maternità, è affare di fatica quotidiana, lavoro, dedizione completa ad un altro, non basta la biologia e la genetica a dettare le regole. Del resto, una vita senza regole precostituite è stata quella di Jobs. Il suo ormai leggendario discorso all’Università di Stanford, il 12 giugno 2005, dispiega in toto la figura eroica e sapienziale del genio: “Stay hungry, stay foolish”. Quasi intraducibile nelle sfumature, in italiano: “Siate affamati, siate folli”. Carlyle scrisse di eroi ed eroismo, in un’età romantica, che però, nella storia metafisica dell’anima umana, non passa mai: Jobs era un eroe.

Viviamo in un’età post-eroica, e lui se n’è andato. Un segno. Ma la dimensione religiosa in lui esplicita un percorso che, dall’avventura, conduce alla pienezza umana. Non al “successo”, categoria bastarda e invitante solo per chi, figlio del tempo post-eroico, sia “stolto e tardo di cuore”. Benedetto XVI ha stigmatizzato giustamente questo modo di vedere la realtà, con il suo linguaggio da cadenza demenziale; con Jobs, il superamento del “successo” c’era tutto. Chi rompe le coordinate della visione umana universale non ottiene “successo”, ma sfida la mediocrità come nuova religione della modernità. Il “successo” è solo l’altro corno della mediocrità. Sei mediocre – sbagliato: ti senti tale! – e, allora, per compensazione, come indicava Adler e la psicologia individuale, pieghi il legno dall’altra parte e ti sbrodoli nel fatuo sogno del “successo”. Ma chi ha vinto le resistenze sociali, non ha avuto problemi di questa natura, lacci e lacciuoli di questa portata. Anzi. Chi vince, vince su se stesso, sulle sue paure; vince le sue paure, i suoi dèmoni; la paura di essere fino in fondo se stesso. Un regno interiore diviso in se stesso è destinato a perire. La dinamica religiosa è legata alla forza spirituale del singolo, che si mette, poi, in relazione, si pone come “io-in-relazione”, per citare il pensiero di un maestro del cattolicesimo sociale, l’Arcivescovo di Milano, Card. Scola. La religione dell’uomo è il re-ligare di Cicerone e la cultura americana – Emerson, Thoreau, Faulkner, all’apparenza individualisti, di fatto amanti della vita e della preziosa singolarità che fa l’essenza e l’essenziale di ciascuno di noi – è impregnata di questa cifra metafisica e insieme umanissima.

Ecco come Jobs decifrava il mondo: “Se non hai ancora trovato ciò che cerchi, continua a cercare. Non ti sedere. Come con tutti i problemi della terra, tu saprai quando trovarlo. E come in ogni vera relazione, migliorerà ogni anno che passa.” Sulla vita e il suo significato: “Quando avevo 17 anni lessi una citazione: ‘Se vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo, arriverà quello in cui avrai certamente ragione’. Mi impressionò molto e da allora, per i successivi 33 anni, ogni mattina mi sono guardato allo specchio chiedendomi: ‘Se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei passarlo come sto per passarlo?’. E anche se la risposta è stata ‘no’ per troppi giorni di fila, so che ho bisogno di cambiare qualcosa.” L’eccellenza della vita, legata al quotidiano, al mistero gioioso della “piccola via”, mistero laico e religioso ad un tempo: “Non abbiamo la possibilità di fare molte cose nella vita. Ognuna di queste dovrebbe essere davvero eccellente. Perché è la nostra vita.” La vita, poi, non è fatta soltanto di sentieri interrotti, il cammino è lungo, e i nessi tra le cose, gli eventi e la storia intera, è sempre da recuperare, con umiltà, magari guardando indietro, come in una “ripetizione” (è la grande intuizione di Kierkegaard): “Non è possibile unire i puntini guardando avanti, potete unirli solo girandovi e guardando indietro. Quindi dovete avere fiducia nel fatto che in futuro i puntini in qualche modo si uniranno. Dovete credere in qualcosa, il vostro intuito, il destino, la vita, il karma, qualunque cosa. Questo tipo di approccio non mi ha mai lasciato a piedi e ha sempre fatto la differenza nella mia vita.” Per chi vive così, la morte è “sorella morte”, non la falce terribile che sradica dal mondo; vivere significa accedere all’universo dei significati ultimi, quelli che portano avanti, come Viktor Frankl e la logoterapia hanno mostrato.

Ecco, allora che “ricordarsi che dobbiamo inevitabilmente morire è il miglior modo che conosco per evitare la trappola di credere che abbiamo qualcosa da perdere.” Non deve mai mancare il realismo all’homo viator, mai: “Nessuno vuole morire. Anche le persone che aspirano al Paradiso non vogliono andarci morendo. Eppure la morte è la cosa che ci accomuna tutti quanti. Nessuno può sfuggirle. Ed è giusto che sia così perché la Morte è molto probabilmente la sola e migliore invenzione della Vita. È l’agente di cambiamento della vita. Spazza via il vecchio per far posto al nuovo. Oggi il nuovo siete voi, ma un giorno non troppo lontano diventerete gradualmente il vecchio e sarete spazzati via. Mi dispiace essere così drammatico ma è la pura verità.” E’ la verità, testarda, quella che va detta, costi quello che costi: se vuoi realizzare cose grandi, devi fare cose grandi, la prima è non nasconderti dietro il paravento delle paure sociali: devi dire la verità. E così, potrai raccontare il tuo progetto alle stelle: “Voglio lasciare un segno nell’universo”. “Essere il più ricco uomo del cimitero non mi interessa. Andare a letto ogni sera pensando che abbiamo fatto qualcosa di meraviglioso, questo mi interessa.” “Se segui tua stella, non fallirai a glorioso porto”, cantava Dante. E’ la storia di ogni vocazione. Del “ciascuno” che bussa alla porta di ogni cuore. Ci vuole la giusta virtù, un saggio ritorno alle origini, un ri-andare alla sorgente delle virtù, così: “Sono convinto che quello che distingue le imprese di successo da quelle che il successo non lo raggiungono è solo pura perseveranza.” I collettivi sociali, i dispositivi delle macchine di potere sociale sono forti e digrignano i denti di fronte al “ciascuno” creativo, al singolo tosto e valente, non importa, andare sempre avanti. Perché “il tempo a nostra disposizione è limitato, quindi non bisogna sprecarlo vivendo la vita di altri. Non farti intrappolare dal dogma di vivere grazie al risultato del pensiero altrui. Non lasciare che il rumore delle opinioni degli altri soffochino la tua voce interiore. E, soprattutto, abbi il coraggio di seguire il tuo cuore e il tuo intuito. Loro in qualche modo sanno già cosa vuoi diventare davvero. Tutto il resto è secondario.” Il coraggio. In tutto. Anche nella creazione di “qualcosa” che prima non c’era. Il metodo è tutto. Sapere “come” andare da qualche parte è, talvolta, più importante del conoscere la direzione “giusta”. Se sai “come” arrivarci, prima o poi, ci arriverai. Ma devi essere semplice, suggerisce Jobs: “È stato uno dei miei mantra, concentrazione su una cosa e semplicità. La semplicità può essere più difficile della complessità: devi lavorare duro per ripulire il tuo pensiero e renderlo semplice. Ma alla fine paga, perché una volta che ci riesci puoi spostare le montagne.” Tutto, nella vita, è deciso e mosso dalla fame che hai di avere ciò che dura nel tempo, di sapere, conoscere, possedere, per dare, di amare, di essere “chi” sei. Diventare ciò che sei, sì, ecco la “religione pura”. “Siate affamati, siate folli”. Grazie, Steve.