Steve Jobs è morto. Era un uomo religioso, dotato di un senso religioso puro e cristallino, nudo e senza raffinatezze teologiche, dunque sottomesso alla realtà. In ogni sua forma. Religioso è l’uomo che cerca, con tutte le sue forze, di orientare attivamente la sua vita verso la pienezza del suo essere. La pienezza è la finalità dell’uomo religioso, di chi, come insegnava Mircea Eliade, ha almeno, ben ricoverato nel cuore, la nostalgia delle origini. Steve Jobs era nato nello smarrimento. Una madre l’aveva concepito e l’aveva poi affidato ad altre mani, affinché l’educazione diventasse il fattore generativo della sua creatura. La maternità, al pari della maternità, è affare di fatica quotidiana, lavoro, dedizione completa ad un altro, non basta la biologia e la genetica a dettare le regole. Del resto, una vita senza regole precostituite è stata quella di Jobs. Il suo ormai leggendario discorso all’Università di Stanford, il 12 giugno 2005, dispiega in toto la figura eroica e sapienziale del genio: “Stay hungry, stay foolish”. Quasi intraducibile nelle sfumature, in italiano: “Siate affamati, siate folli”. Carlyle scrisse di eroi ed eroismo, in un’età romantica, che però, nella storia metafisica dell’anima umana, non passa mai: Jobs era un eroe.

Viviamo in un’età post-eroica, e lui se n’è andato. Un segno. Ma la dimensione religiosa in lui esplicita un percorso che, dall’avventura, conduce alla pienezza umana. Non al “successo”, categoria bastarda e invitante solo per chi, figlio del tempo post-eroico, sia “stolto e tardo di cuore”. Benedetto XVI ha stigmatizzato giustamente questo modo di vedere la realtà, con il suo linguaggio da cadenza demenziale; con Jobs, il superamento del “successo” c’era tutto. Chi rompe le coordinate della visione umana universale non ottiene “successo”, ma sfida la mediocrità come nuova religione della modernità. Il “successo” è solo l’altro corno della mediocrità. Sei mediocre – sbagliato: ti senti tale! – e, allora, per compensazione, come indicava Adler e la psicologia individuale, pieghi il legno dall’altra parte e ti sbrodoli nel fatuo sogno del “successo”. Ma chi ha vinto le resistenze sociali, non ha avuto problemi di questa natura, lacci e lacciuoli di questa portata. Anzi. Chi vince, vince su se stesso, sulle sue paure; vince le sue paure, i suoi dèmoni; la paura di essere fino in fondo se stesso. Un regno interiore diviso in se stesso è destinato a perire. La dinamica religiosa è legata alla forza spirituale del singolo, che si mette, poi, in relazione, si pone come “io-in-relazione”, per citare il pensiero di un maestro del cattolicesimo sociale, l’Arcivescovo di Milano, Card. Scola. La religione dell’uomo è il re-ligare di Cicerone e la cultura americana – Emerson, Thoreau, Faulkner, all’apparenza individualisti, di fatto amanti della vita e della preziosa singolarità che fa l’essenza e l’essenziale di ciascuno di noi – è impregnata di questa cifra metafisica e insieme umanissima.

Ecco come Jobs decifrava il mondo: “Se non hai ancora trovato ciò che cerchi, continua a cercare. Non ti sedere. Come con tutti i problemi della terra, tu saprai quando trovarlo. E come in ogni vera relazione, migliorerà ogni anno che passa.” Sulla vita e il suo significato: “Quando avevo 17 anni lessi una citazione: ‘Se vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo, arriverà quello in cui avrai certamente ragione’. Mi impressionò molto e da allora, per i successivi 33 anni, ogni mattina mi sono guardato allo specchio chiedendomi: ‘Se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei passarlo come sto per passarlo?’. E anche se la risposta è stata ‘no’ per troppi giorni di fila, so che ho bisogno di cambiare qualcosa.” L’eccellenza della vita, legata al quotidiano, al mistero gioioso della “piccola via”, mistero laico e religioso ad un tempo: “Non abbiamo la possibilità di fare molte cose nella vita. Ognuna di queste dovrebbe essere davvero eccellente. Perché è la nostra vita.” La vita, poi, non è fatta soltanto di sentieri interrotti, il cammino è lungo, e i nessi tra le cose, gli eventi e la storia intera, è sempre da recuperare, con umiltà, magari guardando indietro, come in una “ripetizione” (è la grande intuizione di Kierkegaard): “Non è possibile unire i puntini guardando avanti, potete unirli solo girandovi e guardando indietro. Quindi dovete avere fiducia nel fatto che in futuro i puntini in qualche modo si uniranno. Dovete credere in qualcosa, il vostro intuito, il destino, la vita, il karma, qualunque cosa. Questo tipo di approccio non mi ha mai lasciato a piedi e ha sempre fatto la differenza nella mia vita.” Per chi vive così, la morte è “sorella morte”, non la falce terribile che sradica dal mondo; vivere significa accedere all’universo dei significati ultimi, quelli che portano avanti, come Viktor Frankl e la logoterapia hanno mostrato.

Ecco, allora che “ricordarsi che dobbiamo inevitabilmente morire è il miglior modo che conosco per evitare la trappola di credere che abbiamo qualcosa da perdere.” Non deve mai mancare il realismo all’homo viator, mai: “Nessuno vuole morire. Anche le persone che aspirano al Paradiso non vogliono andarci morendo. Eppure la morte è la cosa che ci accomuna tutti quanti. Nessuno può sfuggirle. Ed è giusto che sia così perché la Morte è molto probabilmente la sola e migliore invenzione della Vita. È l’agente di cambiamento della vita. Spazza via il vecchio per far posto al nuovo. Oggi il nuovo siete voi, ma un giorno non troppo lontano diventerete gradualmente il vecchio e sarete spazzati via. Mi dispiace essere così drammatico ma è la pura verità.” E’ la verità, testarda, quella che va detta, costi quello che costi: se vuoi realizzare cose grandi, devi fare cose grandi, la prima è non nasconderti dietro il paravento delle paure sociali: devi dire la verità. E così, potrai raccontare il tuo progetto alle stelle: “Voglio lasciare un segno nell’universo”. “Essere il più ricco uomo del cimitero non mi interessa. Andare a letto ogni sera pensando che abbiamo fatto qualcosa di meraviglioso, questo mi interessa.” “Se segui tua stella, non fallirai a glorioso porto”, cantava Dante. E’ la storia di ogni vocazione. Del “ciascuno” che bussa alla porta di ogni cuore. Ci vuole la giusta virtù, un saggio ritorno alle origini, un ri-andare alla sorgente delle virtù, così: “Sono convinto che quello che distingue le imprese di successo da quelle che il successo non lo raggiungono è solo pura perseveranza.” I collettivi sociali, i dispositivi delle macchine di potere sociale sono forti e digrignano i denti di fronte al “ciascuno” creativo, al singolo tosto e valente, non importa, andare sempre avanti. Perché “il tempo a nostra disposizione è limitato, quindi non bisogna sprecarlo vivendo la vita di altri. Non farti intrappolare dal dogma di vivere grazie al risultato del pensiero altrui. Non lasciare che il rumore delle opinioni degli altri soffochino la tua voce interiore. E, soprattutto, abbi il coraggio di seguire il tuo cuore e il tuo intuito. Loro in qualche modo sanno già cosa vuoi diventare davvero. Tutto il resto è secondario.” Il coraggio. In tutto. Anche nella creazione di “qualcosa” che prima non c’era. Il metodo è tutto. Sapere “come” andare da qualche parte è, talvolta, più importante del conoscere la direzione “giusta”. Se sai “come” arrivarci, prima o poi, ci arriverai. Ma devi essere semplice, suggerisce Jobs: “È stato uno dei miei mantra, concentrazione su una cosa e semplicità. La semplicità può essere più difficile della complessità: devi lavorare duro per ripulire il tuo pensiero e renderlo semplice. Ma alla fine paga, perché una volta che ci riesci puoi spostare le montagne.” Tutto, nella vita, è deciso e mosso dalla fame che hai di avere ciò che dura nel tempo, di sapere, conoscere, possedere, per dare, di amare, di essere “chi” sei. Diventare ciò che sei, sì, ecco la “religione pura”. “Siate affamati, siate folli”. Grazie, Steve.

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